Imboccando l’autostrada che dalla Puglia brindisina ci porta su, fino al foggiano, la sensazione è di un calore opprimente che monta ad ogni chilometro che si percorre verso Nord.
Arrivati all’altezza di Foggia il sole è ormai a picco e noi siamo sballottati a destra e sinistra dalle strade dissestate delle campagne pugliesi mentre lentamente, lasciandoci alle spalle le città abitate e le strade più trafficate, ci inoltriamo nei campi coltivati a pomodoro che spuntano tutti intorno alla nostra meta, il Gran Ghetto… Gli oppressi sono circondati dall’oggetto della loro oppressione.
Svoltiamo a destra, in una stretta stradina bianca costeggiata sulla sinistra da alberi di ulivo e superiamo così due casupole diroccate abitate da qualche decina di braccianti, questo è l’inizio del Ghetto, il cartello di benvenuto per i nuovi arrivati.
Cento metri più avanti percorriamo il “corso” della baraccopoli, la strada principale sulla quale sorgono i bar, i bordelli, i ristoranti, il barbiere, le piccole bancarelle-emporio, i bagni chimici e le poche cisterne con l’acqua potabile.

Fermiamo la macchina a Bamako, non la metropoli africana ma il suo surrogato pugliese, il quartiere maliano di questa enorme “Città nera” (com’è stata soprannominata da uno dei suoi abitanti) che nel suo complesso è formata da centinaia di baracche e da un migliaio di anime.
Ci aggiriamo per le costruzioni in cartone, plastica e legno, sempre le stesse, alcune in piedi da anni, altre di nuova edificazione, frutto di una speculazione edilizia che deprime chi spera che quel posto possa un giorno sparire.
Incontriamo e parliamo con vecchi amici e nuovi conoscenti, persone che sono arrivate da pochi giorni e altre che stanno qui da anni, estate e inverno, e che qui ormai hanno trovato la propria casa.
La stagione della raccolta, che tutti aspettano, ancora non è iniziata, ci dicono, e perciò adesso si lavora per 3 (tre, maledettissimi) euro l’ora ripulendo i campi dalle erbacce o piantando il pomodoro che poi si raccoglierà tra un mese. C’è chi, da questo sperduto accampamento ai piedi del Gargano, arriva addirittura fino a Campobasso per lavorare nei campi, ogni mattina.
Sul piano della Regione, che dovrebbe prevedere la risoluzione del problema agricolo attraverso tre strumenti: lo “sgombero volontario” del Ghetto, le liste di collocamento e gli incentivi alle aziende che assumono legalmente, c’è ancora un denso alone di mistero.
Non solo tra gli abitanti delle baracche sono in pochi a saperne qualcosa, ma le tendopoli verso le quali dovrebbe avvenire il trasloco non sono ancora state montate e la regione non ha neanche individuato un modo per superare quel sistema di  “trasporto diffuso” che i caporali garantiscono accompagnando i braccianti sui campi sparsi in tutta la Capitanata.

Nonostante l’afa e i bagni chimici che non vengono puliti da giorni, con l’odore acre che ne scaturisce, il Ghetto continua a vivere con i suoi tempi lenti dettati, oltre che dal caldo, anche dal Ramadan. C’è chi dorme sul letto da ore, fin da quanto è rientrato dal lavoro, chi gioca a dama riparato dal solleone sotto la tettoia di un bar, chi ancora poltrisce in silenzio sulle sdraio posizionate all’esterno di qualche ristorante. Una città dormiente, assuefatta ad una normalità che chi viene da fuori non riesce ad accettare, o forse solo a comprendere fino in fondo.
Il risveglio, come ogni buona siesta prevede, avviene soltanto intorno alle cinque quanto gli ultimi braccianti ritornano dai campi, scendono dai furgoni e stanchi, coi vestiti e i corpi color terra, avanzano verso le proprie baracche. Corpi, o meglio uomini, che a me hanno sempre ricordato i minatori de “Le vittime del lavoro” di Vincenzo Vela: possenti ma curvi, gli uni come gli altri, quei minatori di ieri come questi braccianti di oggi.

Gli altri scorci di Ghetto sono solo frammenti di memoria fuggevoli, brevi parentesi di un’altrettanto rapida visita: il corridoio stretto di un bordello sul quale si affacciano le piccole camere dove lavorano le prostitute, le pile di pane e verdure che riempiono le baracche-negozi, la musica lontana che sale dal primo bar che ha rotto il silenzio del Ghetto accendendo l’impianto proprio mentre noi ci infiliamo in macchina per andar via.
E mentre stanchi, sporchi (dentro), cerchiamo un mare in cui bagnarci e lavarci, mi ritrovo a riflettere su come descrivere tutto questo agli altri, su come farlo capire, sul come riuscire ad attirare altre persone in questo posto tanto assurdo e tanto carismatico per lavorare insieme alla costruzione di una radio la cui presenza lì non è più insensata dell’esistenza stessa del Ghetto: “Radio Ghetto voci libere”.

Luglio 2014

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Marco